Tutti sapranno dell’iniziativa di Beppe Grillo per “ripulire” il Parlamento dai condannati in via definitiva.
A commento di tale iniziativa si è espresso sul proprio blog Antonio Bassolino, con il post Legalità, punto di forza della pubblica amministrazione.
L’iniziativa di Beppe Grillo di pubblicare sull’International Herald Tribune una pagina a pagamento per chiedere la sospensione dal parlamento italiano ed europeo di 23 parlamentari italiani, già condannati dalla giustizia per i motivi più diversi, sta facendo fortemente discutere.
Se da un lato c’è chi plaude all’iniziativa - che Grillo ha finanziato attraverso una sottoscrizione popolare sul suo blog - dall’altro c’è chi la considera un moderno esempio di “gogna mediatica”.
Io penso che la provocazione di Grillo sia utile, perché pone un problema vero, ma bisogna saper distinguere tra reato e reato. Non deve sedere in Parlamento chi è stato condannato per reati gravi. La provocazione solleva anche un paradosso. Parlo della forte disparità esistente tra la normativa che regola l’eleggibilità di un cittadino negli enti locali e quella relativa invece alle cariche di deputato e senatore.
Secondo la legislazione vigente, chiunque abbia riportato una condanna definitiva per un delitto grave, dal 416 bis alla corruzione, non può ricoprire la carica di presidente di Provincia, di sindaco, di assessore e consigliere provinciale e comunale, persino di componente di un consiglio circoscrizionale. Viene inoltre sospeso da ogni carica pubblica chi abbia riportato una condanna in primo grado per “una pena non inferiore a due anni di reclusione per un delitto non colposo”. Si tratta di norme molto rigide, la cui finalità è garantire la più alta soglia di legalità nella gestione degli enti locali. La legalità però, è un valore universale, e deve essere garantita nello stesso modo a tutti i livelli della pubblica amministrazione. Perché le regole e i principi che valgono per un piccolo comune non debbono valere anche per chi si candida alla Camera o al Senato?
E’ giusto che il Parlamento legiferi in un modo per le istituzioni territoriali e in tutt’altro modo per se stesso? Su questo tema il centrosinistra, ma anche l’attuale governo, dovrebbero compiere una riflessione approfondita, stabilendo regole uguali per tutte le istituzioni, senza distinzione alcuna. L’attuale testo unico sull’ordinamento degli enti locali, che stabilisce in modo equilibrato i criteri di eleggibilità per i pubblici amministratori, può essere un buon punto di partenza per intavolare una discussione proficua su un tema così importante. Nel frattempo sarebbe il caso che il primo passo lo facessero proprio i parlamentari in questione. In tutti i casi dove c’è una condanna per un reato grave, potrebbero scegliere di andarsene, dando quel buon esempio che evidentemente non hanno dato finora.
Faccio mia una frase: “Perché le regole e i principi che valgono per un piccolo comune non debbono valere anche per chi si candida alla Camera o al Senato?“.
Non credo ci sia bisogno d’altro per commentare…
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